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la storia

Cinquant’anni, e oltre, ai piedi delle donne

Parte lontano negli anni ma ancora oggi è viva la storia che parla di Nando Muzi, patron dell’ omonima griffe che nel 1983 decise di rendere più armonioso il passo delle donne, creando per loro scarpe capaci di esprimere spirito creativo, abilità manifatturiera ed eleganza. A Sant’ Elpidio a mare, nel distretto marchigiano dove, da sempre, si lavorano le scarpe più belle d’Italia – è nato questo brand che si è evoluto fino a diventare una delle firme di punta del made in Italy.

L’esperienza dell’azienda cresce negli gli anni, con modelli diventati, poi, oggetti di culto e l’ unanime riconoscimento raggiunto sui mercati internazionali. Sin dagli esordi il filo conduttore, che accomuna tutte le creazioni da più di mezzo secolo, è lo stesso: estro e artigianalità legate indissolubilmente, per dimostrare la qualità della calzatura. A Sant’Elpidio a mare.

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Oggi il testimone creativo è saldamente nelle mani di Michele Muzi, figlio del fondatore, che dal padre ha ereditato la passione per questo lavoro che ci ha messo il suo esprit creativo capace di guardare al futuro forte di una solida conoscenza delle attuali tendenze stilistiche. Michele l’arte calzaturiera ce l’ha nel Dna, perché, come lui stesso afferma, «Ho avuto la possibilità di crescere in un ambiente pratico e allo stesso tempo pieno di inventiva».

Michele Muzi è diventato direttore creativo nel 2006 e, sempre attento ai gusti delle donne, ha da subito tracciato la rotta da seguire, introducendo nelle linee della maison il plateau e le scintillanti decorazioni di Swarovski. «Nelle mie creazioni – dichiara il designer – comfort e sex appeal camminano nella stessa scarpa, per ribadire l’italianità del prodotto, comunicare buon gusto e savoir faire». Ciò che da sempre distingue le scarpe di Nando Muzi è il tacco, elemento distintivo e fulcro di ogni creazion della maison, da quello di 5cm lanciato nelle prime collezioni dal padre Nando a quello vertiginoso ideato da Michele.

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Oggi come allora viene prima plasmato nell’argilla, per passare, poi, nelle mani dei maestri calzolai che lo scolpiscono nei minimi particolari. Perché il tacco determina la forma del modello e perché è il simbolico trait-d’union tra la gamba e il mondo.
«Voglio esaltare la femminilità su tutti i fronti, sia in senso estetico sia nella sua interiorità. Per me l’obiettivo è centrato solo quando una donna si sente a proprio agio con una delle mie creazioni», spiega Michele.
Ancora oggi, dopo tanti anni, tutto questo è reso possibile non solo da Michele ma anche dai circa 80 artigiani che lavorano su ogni singolo modello.
Il segreto di questa creatività così mirata è racchiuso in una sua massima, «Non mi ispiro a una persona in particolare, ma a un concetto di donna forte, sicura di sè, che sa quel che vuole e dove vuole arrivare, che non è vittima delle tendenze, ma che costruisce ogni giorno il proprio stile». Perché, come argutamente intuiva Bertrand Morane, protagonista assente del film “L’uomo che amava le donne”, di François Truffaut, «Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia».